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Calabria 2050, Mazza: “Cronaca di un’estinzione annunciata”

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​Non siamo di fronte a una semplice flessione demografica, ma a una vera e
propria emorragia vitale che dissanguerà il futuro della Regione. Gli ultimi
dati SVIMEZ proiettano un’ombra funesta: entro i prossimi 25 anni, la
popolazione giovanile calabrese è destinata a contrarsi di circa 350.000
unità. Questa cifra non rappresenta solo un vuoto anagrafico, ma la
scomparsa della forza produttiva, creativa e intellettuale necessaria a
mandare avanti una società moderna. Evaporerà, per usare un eufemismo, il
potenziale umano di un’intera Provincia media italiana da una Regione già
demograficamente compromessa. È, drammaticamente, il racconto di una

terra che sta perdendo i propri occhi per guardare al domani. Se i giovani
sono il propulsore del cambiamento, la Calabria si appresta a viaggiare a
motore spento. Una condizione che, purtroppo, la farà scivolare verso un
isolamento che non sarà più solo geografico, ma generazionale e culturale.

​La forbice sociale e il default del welfare

​Il battito cardiaco della Regione si fa sempre più fievole, soffocato da una
dinamica demografica implacabile: un tasso di natalità fermo al 7,2 per mille
contro una mortalità che galoppa al 12 per mille. Questa forbice non descrive
solo culle vuote, ma un ribaltamento sociale che mina le basi della
convivenza civile. La proiezione al 2050 parla di una popolazione totale che
scivolerà drasticamente verso la soglia di 1,2 milioni di abitanti. Il vero
dramma, tuttavia, è economico. Con una base di contribuenti ridotta ai
minimi termini e una popolazione anziana in costante crescita, il
sistema del welfare regionale è destinato al collasso. Stiamo
condannando i lavoratori di oggi a una vecchiaia di incertezza, all’interno di
una Regione che non sarà più in grado di garantire né l’assistenza minima né
la tenuta del patto tra generazioni.

​Isolamento indotto di un patrimonio inespresso: il fallimento del
centralismo e il tradimento delle periferie

​Questo scenario di abbandono non è un destino ineluttabile, ma il risultato di
un modello di gestione del potere che ha fallito i propri obiettivi. Il centralismo
regionale, arroccato nei propri centri decisionali, ha sistematicamente
ignorato le istanze delle aree marginali, drenando risorse vitali per alimentare
apparati burocratici distanti dalle realtà territoriali. Questo distacco ha creato
una spaccatura insanabile tra i Centri del potere politico e le Comunità locali,
trasformando vaste zone della Regione in laboratori di marginalità. Le aree
che vivono lontano dai processi decisionali sono state declassate a territori di
seconda serie. Vieppiù, sono state private degli strumenti minimi di
autodeterminazione e condannate — da politiche calate dall’alto — a un
declino accelerato. Sono state messe in campo scelte scriteriate e adottate
imprudenti soluzioni che non hanno tenuto conto della specificità e del
potenziale dei territori periferici.

Dal Crotonese ai contesti sibariti, l’impatto di questa desertificazione morderà
con ferocia inaudita. Senza soluzione di continuità, queste aree — già
storicamente penalizzate da un isolamento infrastrutturale cronico e da
servizi sanitari ridotti al lumicino — rischiano di vedere svanire la massa
critica necessaria per giustificare qualsiasi tipo di investimento futuro. Senza
una densità abitativa giovanile, infrastrutture come la SS106 resteranno

tragiche incompiute e lapidi d’asfalto in memoria dei Caduti. I porti, da
potenziali attrattori strategici, diverranno pozzanghere salate senza rotte
commerciali. Chi avrà il coraggio di investire in territori dove la domanda di
consumo, la manodopera qualificata e l’innovazione sono destinate a
sparire? Il rischio è la trasformazione di notevoli tratti del litorale jonico e
relative aree interne di pertinenza, un tempo cuore della civiltà mediterranea,
in terre di nessuno. Funzionali (forse) solo al transito e non più alla
residenzialità.

​La rivoluzione strutturale: l’ultima chiamata per la “restanza”

​Gli Establishment non possono limitarsi a una fredda analisi del declino. Il
loro agire deve indirizzarsi verso una chiamata alle armi per la coscienza
collettiva. Il 2050 è già qui: è nelle valigie dei ragazzi che preparano l’addio
già mentre popolano le aule dei nostri Atenei. Non bastano i bonus una-
tantum o retoriche della “restanza”: serve una rivoluzione strutturale che
parta da una nuova architettura amministrativa. È necessario superare il
centralismo asfittico attraverso una riorganizzazione territoriale che riconosca
autonomia e dignità agli ambiti vasti. Tutto ciò, al fine di dotare detti contesti
di fiscalità di vantaggio e infrastrutture digitali. Quanto detto, per favorire lo
smart working e l’impresa giovanile. Bisogna rendere la Calabria un luogo

vivibile e non un ambiente da cui fuggire per sopravvivere. Se la Classe
Politica non trasformerà l’emergenza demografica nella priorità assoluta da
affrontare, la Calabria del futuro non sarà più una Regione. Resterà,
probabilmente, un flebile e patetico ricordo celebrato su qualche ingiallito libro
di storia di datata pubblicazione.

-Comunicato stampa-

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