Siamo in guerra, altroché.
Ieri la povera Presidente del Consiglio è stata costretta suo malgrado a passare al Parlamento, nonostante fosse convinta che i telegiornali e le radio della famiglia Berlusconi fossero sufficienti con le loro interviste sdraiate a veicolare la posizione del governo italiano su quanto sta accadendo nel mondo. Entrata in Parlamento ha detto che secondo lei l’Italia non è in guerra. Come se avallare politicamente l’amico di Epstein con la parrucca arancione e il macellaio di Gaza non fosse appoggiare la guerra. Come se non opporsi all’uso di basi e uomini, come ha fatto il Premier spagnolo Sanchez, non sia avallare la guerra. Come se non fare in modo che l’inutile Unione Europea tenga una posizione pubblica contro la guerra non voglia dire avallare la guerra stessa.

I concetti espressi dalla Meloni ormai sono mirati e tarati su un target ben preciso, ma probabilmente qualcosa si è inceppato anche nella sua comunicazione. Pur avendo in mano buona parte della stampa e tutti e sei i telegiornali principali questa cosa della guerra è chiara a buona parte della popolazione, quella che poi si ritrova la benzina raddoppiata e il portafogli dimezzato. Poi, diciamoci la verità, questa guerra serve solo a Trump per sviare dalla rogna dei file di Epstein che gli pesano addosso come un macigno, e a Netanyahu per cercare di completare il piano di espansione israeliano. E, nonostante le comunicazioni ufficiali, la posizione di umiliante subalternità dell’Italia ci rende complici di tutto il sangue che sta scorrendo. E questa è una cosa che gli italiani, sempre più poveri, non dimenticheranno.
Ciccio Ratti
